Madonna del Rosario
Si affaccia in piazza Castello al centro di Sassari, dove un tempo sorgeva una porta della cinta muraria della cittadella medioevale, e si mostra nell’architettura e negli arredi una compiuta e splendida espressione d’arte barocca. Si deve all’operosità dei frati domenicani il primo impianto della chiesa della Madonna del Rosario, edificata, insieme al convento, nel 1635. Il tempio fu ricostruito e ampliato vent’anni dopo, assumendo le forme attuali. I lavori si conclusero nel 1759 con la facciata, opera del sassarese Gavino Pirinu, ripartita in due ordini. Al centro della parte inferiore spicca un portale inquadrato da colonne di ordine corinzio e da una trabeazione dalle cui estremità si innalzano due volute che simulano un frontone curvilineo. Al suo interno una nicchia ospita la statua della Madonna del Rosario. Il secondo ordine è più stretto e liscio, con al centro una finestra a sesto acuto.
Appena entrato, il tuo sguardo sarà rapito dall’altare maggiore: l’intera parete di fondo è occupata dal monumentale retablo del Rosario (1682), in legno intagliato, policromato e dorato, considerato per dimensioni e pregio una delle opere di maggior rilevanza nell’ambito dell’arte sacra isolana. È strutturato in tre ordini, due inferiori che includono sei statue all’interno di nicchie e il fastigio superiore.
Come consuetudine degli edifici di culto sassaresi tra XVII e XVIII secolo, la chiesa ha un’aula a navata unica, articolata in tre campate, sulle quali si aprono tre cappelle per lato, voltate a botte. Sullo sfondo, dominato dal retablo ligneo, si trovano il presbiterio rialzato, che si raccorda all’aula tramite un arco trionfale, e l’abside, entrambi a base quadrangolare. Il presbiterio è coperto da una volta a botte che si imposta su una cornice modanata, ornata a dentelli e da un fregio a triglifi ed è scandita dai doppi arconi trasversi. Le cappelle laterali sono interamente decorate con motivi imitanti le tarsie marmoree, tecnica decorativa barocca, insolita nel contesto sardo. Al loro interno spiccano altari in pietra e stucco, dipinti con effetti marmorizzati, che si caratterizzano per grande varietà di motivi ornamentali.
Strutture e ornamenti della Madonna del Rosario sono riconducibili a un progetto organico di maestranze di liguri e lombarde attive a Sassari a fine Seicento. Architetture e soluzioni decorative barocche si ritrovano anche nella ricca facciata del duomo di san Nicola, in varie opere e ornamenti della chiesa di sant’Antonio abate e negli arredi di San Pietro di Silki.
Monte Corrasi
Il suo aspetto è caratterizzato da pareti calcaree a strapiombo, torrioni, candide guglie, grotte e ampi pianori, aspro e spoglio in vetta, ricoperto di lecci nella fascia mediana e adorno di olivi, viti e mandorli a valle. Il monte Corrasi è la cima più alta del vasto e impervio altopiano del Supramonte, nonché uno dei rilievi più suggestivi dell’Isola. Gli impegnativi sentieri che lo attraversano e salgono sino a 1463 metri sono meta ambita di esperti (e allenati) appassionati di trekking, che arrivano a Oliena per scalarlo. Dalla cresta del Corrasi, godrai di vedute spettacolari e di un panorama a 360 gradi che giunge fino a Nuoro, Orgosolo, Dorgali, fino alla costa di Cala Gonone e al Gennargentu. Flora e fauna completano la ‘specialità’ di un luogo dall’atmosfera dolomitica: sembrerebbe del tutto arido e desolato, in realtà ospita 650 specie botaniche, di cui circa 60 endemiche. Un paradiso vegetale di prim’ordine che spinse la società botanica italiana a inserire la montagna nel censimento dei biotopi di rilevante interesse e in cui dimorano rapaci come aquila reale, poiana falco della regina e falco pellegrino, nonché si muove liberamente il muflone.
Nel Supramonte di Oliena, caratterizzato da valli, pianori, doline e canyon, oltre il Corrasi, potrai affrontare altre punte: Ortu Hamminu, Carabidda, ai piedi del quale sorge il paese, sos Nidos, dove nidificano vari rapaci, e il suggestivo cucuzzolo di punta Cusidore. Per i trekker da non perdere anche la scalata a monte Maccione e, soprattutto, la visita alla valle di Lanaitto (o Lanaittu), ricca di siti naturalistici e preistorici: racchiude il villaggio di Tiscali, le grotte sa Oche e su Bentu e le grotta Corbeddu. A inizio valle troverai l’area sacra sa Sedda ‘e sos Carros, importante per le tracce dell’attività di lavorazione dei metalli in età nuragica e come testimonianza del la pratica del culto delle acque. Immancabile è la visita alla sorgente carsica su Gologone, dichiarata monumento nazionale. “Il mormorio dei boschi attorno è come d’un mare non molto lontano; una risacca a pie’ dei monti”. Così in ‘Viaggio in Sardegna’ (1936), Elio Vittorini evoca le sensazioni generate da Oliena, Comune Bandiera arancione e uno dei paesi più caratteristici del Nuorese per posizione invidiabile, bellezze naturalistiche, tradizioni culturali e accoglienza della sua comunità. Manufatti, come ricami su scialli di seta e gioielli in filigrana, pane carasau, cucina di impronta pastorale e Nepente, rinomato cannonau venerato dal poeta D’Annunzio sono alcune sue peculiarità.
L'anima jazz & blues della Sardegna
Cale granitiche modellate dal tempo, sale ricavate tra pareti di candide rocce calcaree o di porfido rosso, piazze di suggestivi borghi, siti archeologici e, persino, grotte marine. Da giugno a ottobre, scorci naturali e paesaggistici diventano palcoscenici e prendono vitalità sugli spartiti di celebri artisti internazionali. Caratteri e suoni si armonizzano con l’ambiente ed entrano in simbiosi con lo stile di vita isolano. Da quasi quattro decenni a questa parte, la Sardegna è sempre più terra d’elezione del jazz, grazie soprattutto a un artista che ha fatto scoprire una nuova anima musicale alla sua terra. Paolo Fresu è nato nella piccola Berchidda, con lui è nato e cresciuto Time in jazz, giunto alla 39esima edizione. Tra gli appuntamenti da non perdere, domenica 9 agosto a L’Agnata, ‘rifugio’ sardo di Fabrizio de Andrè, il tributo all’indimenticato cantautore genovese, con protagonista Diodato.
Tempio - Altare di Monte d'Accoddi
Non esiste relazione diretta, eppure è identico ai coevi templi mesopotamici e incarna il credo ‘orientaleggiante’ di unione tra cielo e terra: le aree sacre in cima a rilievi erano considerate punto d’incontro tra uomo e divinità. Il tempio di monte d’Accoddi (dall’arcaico kodi, ‘pietra’), risalente a cinquemila anni fa, è uno ziqqurat unico in Europa per singolarità di tipologie architettoniche. Fu scoperto a metà del XX secolo, scavando un piccolo colle che pareva ‘artificiale’ al centro di una pianura. In realtà, era un altare a piramide ricoperto di terra, dedicato forse a una divinità femminile, scolpita in una stele granitica accanto al monumento. Secondo leggenda fu costruito da un principe-sacerdote fuggito dal Medio Oriente. Con una particolarità: lo ziqqurat è il tempio del Sole, lui lo dedicò alla Luna.
Il santuario prenuragico sorge al centro della Nurra, lungo la ‘vecchia’ statale 131 (verso Porto Torres), nel territorio di Sassari, a undici chilometri dal capoluogo del nord dell’Isola. Il monumento aveva un ruolo centrale nella società di allora: fu culmine dell’evoluzione di un complesso sviluppatosi dalla seconda metà del IV millennio a.C. L’altare è la sovrapposizione di due fasi, quella del ‘tempio rosso’, nel Neolitico finale (3500-2900 a.C.), e la successiva del ‘tempio a gradoni’, nell’Eneolitico (2700 a.C. circa), durante la ‘cultura di Abealzu-Filigosa’. Nella prima fase vari villaggi di capanne quadrangolari facevano capo a un centro cerimoniale, del quale noterai una necropoli a domus de Janas e, nelle loro posizioni originali, ai lati del santuario, un menhir a forma allungata (alto quattro metri e mezzo), un’enorme lastra con sette fori (forse per legare le vittime) e massi di pietra sferoidali, uno di cinque metri di circonferenza. Tutte le pietre avevano precisa funzione nei riti sacrificali. Alla fine del Neolitico finale le genti della ‘cultura di Ozieri’ edificarono una piattaforma a forma di tronco piramidale, con lati alla base di 27 metri, sopra cui si ergeva un vano rettangolare con superfici intonacate e dipinte di color ocra e tracce di giallo e nero. Dell’ambiente sacro rimangono pavimento e resti di un muro perimetrale. Intorno al 2800 a.C., la struttura del ‘tempio rosso’, abbandonata da circa due secoli, fu ricoperta da un colossale riempimento di terra, pietre e marna calcarea, a sua volta ‘rivestito’ da grandi blocchi di pietra. Sorse una nuova grande piattaforma piramidale ‘a gradoni’, con lati più lunghi della precedente e accessibile da una rampa, lunga quaranta metri e larga da tredici a sette. Il secondo santuario ricorda le ziqqurat con altare ‘a cielo aperto’. La struttura occupa 1600 metri quadri ed è alta quasi sei metri (in origine forse otto). All’interno, una camera inesplorata: forse, come in Mesopotamia, contiene il letto sacro dove si compiva il rituale di rigenerazione della vita e fertilità della terra. Intorno, i resti di un villaggio, dove sono state rinvenute ceramiche quasi intatte. Ammirerai i reperti nel museo archeologico Sanna, insieme a un modello dell’altare nella fase più antica. L’edificio conservò la funzione religiosa per un millennio: ai suoi piedi sono stati trovati resti di ‘pasti sacri’ e oggetti usati nei riti propiziatori. Il sito fu abbandonato a inizio del Bronzo antico (1800 a.C.) e riusato saltuariamente per sepolture.
Sa Sedda ‘e sos Carros
Letteralmente significa ‘punto di passaggio dei carri’, nome risalente alle attività di raccolta del carbone di legna che hanno caratterizzato il sito nel XIX e XX secolo: è un complesso nuragico di eccezionale architettura e ingegneria, creato ai tempi della lavorazione dei metalli e legato al culto dell’acqua, elemento prezioso nell’arido ambiente calcareo del Supramonte, le ‘dolomiti’ sarde. Il villaggio di sa Sedda ‘e sos Carros è incastonato nella selvaggia valle di Lanaittu, uno spettacolare sfondo naturale all’interno del territorio di Oliena, raggiungibile dalla strada che conduce (andando verso Dorgali) anche al monumento nazionale della sorgente carsica su Gologone e alle splendide grotte di sa Oche e su Bentu.
È un’insula abitativa simile a molti villaggi nuragici della Barbagia, sviluppatisi senza nuraghe di riferimento. Si adagia sul versante sinistro di Lanaittu, sulle scoscese propaggini del monte Uddè, a circa 300 metri d’altitudine. Risale a un periodo compreso tra Bronzo recente e prima età del Ferro (XII-IX secolo a.C.) ed è particolarmente importante per la presenza di tracce dell’attività di fusione dei metalli in età nuragica. Era un’epoca nella quale l’uomo imparava a estrarre e forgiare metalli (bronzo e ferro), da cui derivano reperti ritrovati nelle numerose capanne a pianta circolare ed ovale che compongono il villaggio. Un’abitazione spicca per architettura singolare e funzione rituale: è la ‘fonte’, ambiente circolare con pareti interne in blocchi squadrati bicolori – di calcare bianco e basalto scuro - e con pavimento lavorato con cura. Sulle pareti sono scolpite in altorilievo teste di muflone con un foro attraverso il quale l’acqua, che giungeva dal canale ricavato nello spessore murario, zampillava nel bacile monolitico tondo al centro del pavimento. Vicino alla capanna vedrai una grande struttura circolare a gradoni: era la vasca per le abluzioni cerimoniali, riti religiosi che prevedevano l’uso dell’acqua sacra. Questa struttura cambiò nel tempo la destinazione divenendo un ripostiglio per oggetti di bronzo in attesa di un nuovo ciclo di lavorazione. È probabile che vicino all’abitato ci fosse un’officina fusoria.
Oltre a sa Sedda ‘e sos Carros, valle di Lanaittu custodisce anche un altro sito nuragico, il più spettacolare dell’Isola: il villaggio di Tiscali. La verde vallata, che ti apparirà assolata e solitaria una volta valicato su passu malu (il passo cattivo), fu abitata anche molto prima dell’età nuragica: è stato ambiente favorevole all’insediamento sin dal Paleolitico superiore, come documentato i resti della grotta Corbeddu.
Acquario di Cala Gonone
È la più grande e moderna struttura del suo genere in Sardegna. L’acquario di Cala Gonone, realizzato nel 2010 nel borgo costiero di Dorgali e incastonato in un parco verde a simboleggiare il passaggio dalle montagne del Supramonte al mare, combina aspetto didattico (e salvaguardia ambientale) e divertimento. Ti ‘immergerai’ in 24 vasche espositive che ti accompagneranno dalla rive fino alle profondità marine, passando per coste rocciose e mare aperto in cui dominano meduse, grandi dentici e squali palombo. È una rappresentazione degli habitat marini principali del Mediterraneo: potrai imbatterti nel mondo dei ‘pesci trombetta’, vedere le capacità mimetiche di seppia e polpo, addentrarti nelle tane buie e in altri spettacolari ambienti del golfo di Orosei. In una delle vasche più suggestive, rocce scure riproducono un basalto colonnare con una franata divenuta tana per gronghi e murene, mentre le ‘terrazze’ laterali sono ‘dimore’ degli scorfani. La vasca del mare aperto è la più grande, articolata in tre settori su vari piani: il primo con illuminato naturalmente, gli altri due illuminati artificialmente per rappresentare il regno dei grandi pesci pelagici come le ricciole. Qui è ospitata anche una tartaruga caretta caretta. Mediterraneo e non solo: nella prima vasca, unica di acqua dolce, vedrai i voraci piranha e nelle vasche dei mari tropicali ammirerai specie con forme strabilianti e colori sgargianti che vivono nelle barriere coralline. Le vasche tropicali raccontano l’origine di un atollo e casi di adattamenti evolutivi e simbiosi. Il percorso si conclude con la vasca tattile: potrai imparare ad accarezzare una razza senza impaurirla e potrai sfiorare ricci, stelle marine e paguri.
Dopo il ‘tuffo’ all’acquario, potrai conoscere il borgo di Cala Gonone, adagiato su una ripida collina che degrada sino al mare, attrazione di appassionati di natura e avventura o di romantiche escursioni in barca. Ti rilasserai nella sabbia dorata di Cala Cartoe, Ziu Martine e Cala Osalla oppure, via mare o con un suggestivo trekking, giungerai a Cala Luna, ‘perla’ del Mediterraneo. In escursione guidata potrai raggiungere le Grotte del Bue Marino, spettacolare ‘foresta’ di stalattiti e stalagmiti, un tempo habitat della foca monaca, scenario suggestivo del festival Cala Gonone Jazz. Dalla costa all’entroterra di Dorgali: tradizioni culturali ed enogastronomiche, attrazioni archeologiche, tra cui il museo con i reperti del villaggio-santuario nuragico di Serra Òrrios, artigianato (gioielli in filigrana e ceramiche) e monumenti di culto, ossia le chiese della Madonna d’Itria e di santa Caterina. Scoprirai un patrimonio naturale di ben 225 chilometri quadri col fiore all’occhiello del Supramonte, della valle del Cedrino e della valle di Lanaittu.
Necropoli di Madau
Vicino alla frazione di Pratobello, a circa 15 chilometri da Fonni, il paese più ‘alto’ dell’Isola, spunta una necropoli nuragica: quattro tombe di Giganti simili fra loro sorgono su un pianoro al centro della splendida vallata del riu Madau, ai piedi del passo di Corr’e Boi, detto così perché sembra una gigantesca testa di bue. Le sepolture, risalenti all’età del Bronzo recente o finale e forse collegate al vicino villaggio nuragico di Gremanu, sono disposte ad anfiteatro e rivolte verso il sole nascente. Sono state scavate e indagate, tra 1982 e 1986, dal ‘padre’ degli archeologi sardi Giovanni Lilliu: due di esse sono ben conservate.
Dopo aver attraversato un sentiero all’ingresso dell’area archeologica, incrocerai sulla destra la prima tomba: è la più antica e ha l’aspetto di un sarcofago fatto di grandi lastre di granito infisse sul terreno, che delimitano la camera sepolcrale. Sui lastroni vedrai raffigurati motivi magico-religiosi e coppelle. Uno è la Stele di Madau: presenta simboli legati al ciclo della Natura o, forse, alla costellazione delle Pleiadi. La tomba successiva è la più monumentale: ha una camera funeraria lunga 22 metri e un’ampia esedra (24 metri di corda) con banconi-sedili (per le offerte votive), che delimita lo spazio per le cerimonie funebri. Nel luogo sacro, attorno a un focolare (visibile), si riunivano i parenti dei defunti. Al centro dell’esedra un portello d’ingresso con architrave su cui poggiava, forse, il fregio a dentelli formato da due blocchi sovrapposti orizzontalmente, che ora giace a terra. Dall’ingresso accederai alla camera funeraria, quasi intatta, realizzata con blocchi di pietra perfettamente squadrati e disposti orizzontalmente. La copertura è a ogiva, la pavimentazione faceva parte di una tomba più antica. La terza tomba, a fianco e simile alla precedente, si caratterizza per una grande esedra che protende i bracci fino a chiudere un’ampia area circolare. Al centro si apre l’ingresso della camera funeraria. Come la precedente, fu ricostruita su resti di una tomba dolmenica più antica: lo noterai dalla differente tecnica muraria. La quarta tomba non è ancora stata esplorata. Nella necropoli sono stati ritrovati interessanti reperti: vasellame nuragico, betili in trachite, bracciali di bronzo e perline per collana in pasta vitrea.
Sardegna, golf & more
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Villa Leni
Attraverso testimonianze rinvenute nei siti di Villacidro e di altri paesi vicini, racconta preistoria e storia antica del Medio Campidano. Il museo civico archeologico Villa Leni espone reperti che vanno dal Neolitico alle età del Rame e del Bronzo, dall’epoca punica a quella epoca romana, fino all’alto Medioevo. L’esposizione, ospitata dal 2003 nell’ex monte granatico, suggestivo edificio risalente al 1761, è corredata da pannelli didattici, due dei quali introducono scenograficamente al paesaggio del territorio villacidrese dal Neolitico al VII sec. d.C. Potrai documentarti, sopportato dalle guide, anche attraverso illustrazione dei ritrovamenti e schema cronologico dettagliato.
Ampio spazio è dedicato ai siti di Villacidro: ammirerai gli strumenti in pietra del villaggio nuragico di Cottega (XII secolo a.C.), un modellino bronzeo di nuraghe quadrilobato (scelto come simbolo del museo), ceramiche puniche, il corredo tombale romano-imperiale dalla necropoli a incinerazione di Ruinas, in cui spicca un bicchiere in vetro di accurata fattura, manufatti ceramici decorati e gioielli bronzei d’età tardo-antica e bizantina. A Villa Citra, primo nucleo abitato da cui (forse) è nata l’attuale cittadina, di età romana restano anche i ruderi di due terme.
Da vari centri vicini (Mogoro, San Gavino, San Nicolò Arcidano e Serramanna) provengono reperti che vanno dalle ceramiche decorate della cultura di Ozieri (3200-2800 a.C.) ai monili bronzei d’età tardo-antica e bizantina. Di particolare interesse sono i lingotti bronzei di tipo ox-hide, associati a lame votive, che arrivano da s’Acqua Cotta, e l’olla che proviene dal nuraghe su Sonatori, entrambi siti di Villasor. Mentre da Vallermosa proviene un modellino litico di nuraghe monotorre rinvenuto a Matzanni.
Villa Leni è la prima tappa alla scoperta di Villacidro, città natale dello scrittore Giuseppe Dessì - vincitore del premio Strega (1972) - cui è dedicato il parco culturale Dessì all’interno dello splendido monte Linas, rilievo ricchissimo di monumenti naturali, dalla foresta di Montimannu alla cascata sa Spendula. Il cittadino cidrese più illustre esalta bellezze naturali e secolari tradizioni agropastorali del ‘paese di montagna’. L’itinerario prosegue col museo d’arte sacra e con quello farmaceutico sa Potecarìa. Tra gli edifici di culto, da non perdere la cinquecentesca parrocchiale di santa Barbara, tra quelli civili, il lavatoio pubblico, inaugurato nel 1893.
San Giacomo apostolo - Mandas
La sua facciata a due spioventi spicca nella periferia del suggestivo borgo di Mandas, principale centro della Trexenta, terra di confine tra Campidano e Barbagie. La chiesa di san Giacomo apostolo, sorta su un edificio del XV secolo, fu costruita in stile gotico-catalano alla fine del XVI. Secondo antichi documenti, i lavori iniziarono nel 1585, a opera di due maestri scalpellini, Gontinio Pinna e Miguel Baldabella, e furono portati a termine nel 1605, quando la parrocchiale fu consacrata. La copertura a due spioventi caratterizza il prospetto, realizzato in pietra: è posta una croce. Un arco a tutto sesto ingloba il portale ligneo, sopra il quale è scolpito lo stemma della famiglia Carroz, che all’epoca governava il ducato di Mandas, unico istituito in Sardegna dalla Corona spagnola (da Filippo III nel 1614). Nella parte superiore della facciata si aprono tre finestre: un rosone centrale in asse col portale e due rettangolari laterali.
L’aula è a pianta rettangolare con copertura a travi di ginepro. Ai fianchi si aprono cinque cappelle per lato. L’area del presbiterio risulta sopraelevata rispetto al piano della navata e contraddistinta da una volta a stella. Al 2012 risale l’ultimo intervento: Giovanni Battista Franco ha restaurato il tabernacolo dell’altare maggiore, ossia una delle opere marmoree, insieme al fonte battesimale, custodite nella chiesa. Entrambi i ‘marmi’ sono del XVIII secolo. All’interno sono conservate anche produzioni di intagliatori spagnoli e locali: un gruppo ligneo con Crocifisso, Madonna e san Giovanni, statue policrome seicentesche e vari altari lignei settecenteschi. All’uscita della parrocchiale c’è sa perda de sa bregungia, antica gogna medievale. Alla celebrazioni di fine luglio del patrono santu Jacu è associata la sagra del formaggio, occasione per gustare le prelibatezze locali che testimonia della lunga tradizione agropastorale del paese.
Altri suggestivi luoghi di culto di Mandas sono il compendio seicentesco di san Cristoforo e san Francesco, la chiesa di santa Vitalia e il duecentesco complesso costituito da chiesetta e convento di sant’Antonio abate, che si affaccia su un breve tratto della Karalis-Ulbia, segno tangibile del passaggio romano. Sul lato opposto c’è il museo etnografico is Lollasa ‘e is aiaiusu (‘le stanze dei nonni’), allestito in una dimora settecentesca, memoria storica del paese. Mandas, a lungo snodo della ferrovia che da Cagliari conduceva nel Mandrolisai e in Ogliastra, oggi è stazione del Trenino Verde, un modo alternativo di scoprire angoli nascosti di questa parte di Sardegna, tra colline coltivate, gole, pareti rocciose e la riva nordorientale del lago Mulargia.