Capodanno in Sardegna, tutta un’altra musica!
Una terra mitica, speciale tutto l’anno, anche a Capodanno. Il fine anno in Sardegna è nel segno della musica in piazza, del coinvolgimento, dell’accoglienza. Paesaggi inimitabili e scenari suggestivi, luccicanti di festa, fanno da cornice a grandi eventi che salutano l’arrivo del 2026, protagonisti sono personaggi amatissimi della musica italiana e internazionale. Tradizioni affascinanti e bontà gastronomiche completano l’atmosfera delle feste open air in borghi e città. Cagliari, brinda al nuovo anno con Giusy Ferreri, Myss Keta e Mimì Caruso sul palco principale e con altri eventi di un Capodanno diffuso che troverà, come da tradizione, in varie piazze concerti e spettacoli. A pochi passi dal capoluogo, la sera del 28 dicembre, Assemini ospita Ghali, attesissimo dai più giovani.
Sulla via della Cometa
"Sulla Via della Cometa". E' questo il nome dell'evento in programma ad Assolo, un piccolo e suggestivo borgo ai piedi dell'Altopiano della Giara, organizzato dall'associazione culturale locale Bentu 'e Jara, in programma martedì 26 dicembre 2017, giorno di Santo Stefano, a partire dalle 16.30.
Si tratta del presepe vivente più grande della Sardegna, animato da circa 150 figuranti che ripropongono, con passione ed entusiasmo, il momento della nascita di Gesù Bambino. L'affascinante e commovente storia di un bambino che ha cambiato l'umanità
La scenografia viene ambientata nelle vie del centro storico, con i suoi antichi portali che si aprono sugli ampi cortili interni, caratteristici delle abitazioni di questo territorio.
Un salto indietro nel tempo anche grazie ai mestieri di una volta, ed ormai quasi del tutto estinti, che vengono riproposti dagli attori che vestono per un giorno i panni di conciatori di pelli, calzolai, fabbri.
Un momento di magia da vivere appieno immersi nell'atmosfera natalizia e gioiosa del periodo.
Ittireddu
Si distende sul monte Ruiu, circondato da vulcani spenti, le cui rocce hanno più di due milioni di anni. Ittireddu, piccolo e antico centro logudorese di poco più di 500 abitanti, risale a età bizantina, quando fu realizzato il primo impianto della chiesa di santa Croce, rifatta più volte nel corso dei secoli. Mentre il nome, letteralmente ‘piccola Ittiri’, risale al 1626. Accanto alla chiesetta sorge una fontana del 1861 in blocchi di tufo rosato. A un chilometro dal paese, la chiesa di san Giacomo, del XII secolo. Le mura sono di conci a vista, tipiche del romanico sardo, l’interno, ad aula unica, è coperto con capriate lignee. Il patrono santu Jagu è celebrato a fine luglio. Interessante è anche Nostra Signora Inter Montes che conserva una statua lignea del XVII secolo e tre sculture di fine XIX di Giuseppe Sartorio.
Il territorio è stato intensamente abitato sin dal Neolitico recente, come dimostrano 60 domus de Janas - molte pluricellulari, poche monocellulari - scavate nel tufo e raggruppate in cinque vaste necropoli (più tre ipogei singoli). La necropoli di monte Pira, databile tra Neolitico finale ed Eneolitico (2800-2300 a.C.), ha 26 sepolture. Superato l’ingresso a dromos (corridoio), vedrai nicchie, coppelle e bassorilievi che riproducono elementi architettonici delle abitazioni neolitiche per ricreare nella tomba l’ambiente domestico. Spicca la tomba XIV, riusata in età del Bronzo: sulla fronte c’è una stele centinata, monolite che caratterizza le tombe di Giganti della civiltà nuragica, Anch’essa è ben testimoniata: vicino al paese c’è sa Domo ‘e s’Orku, arcaico nuraghe ‘a corridoio’ (lungo nove metri). Mentre Funtana ‘e baule è un pozzo sacro, le cui mura in blocchi di tufo trachitico sono estremamente raffinate nella parte inferiore, con pietre perfettamente connesse fra loro A struttura complessa è il nuraghe Funtana, con torre principale cui furono aggiunte due torri e un muro. Nella camera c’è un sedile-bancone e c’erano due ‘tavolini’ lapidei, oggi esposti, insieme a tegami, ciotole, olle e un vaso a quattro anse contenente venti chili di rame in lingotti, nel Civico museo archeologico ed etnografico del paese. Il museo è anche rappresentazione della tradizione agropastorale e artigiana di Ittireddu. Tante le tracce romane: il centro era un mansio lungo la strada per Turris Libisonis e Tibula, nonché. In località Olensas ci sono dieci cisterne scavate nel tufo, forse contenitori per olio o olive (da cui il toponimo). A pochi metri, due pressoi e due vasche per la decantazione dell’olio. Al confine con Mores restano in piedi due arcate (delle tre originarie) di basalto nero e tufo chiaro del Ponte ‘etzu (ponte vecchio), lungo 18 metri. Tardo-romani sono gli ipogei funerari di sa Fraigada, ricavati nella roccia.
Loculi
Si adagia nella piana solcata dal Sologo, affluente del Cedrino, a pochi chilometri dalle spiagge della Baronìa, circondato da colline e sorvegliato dal maestoso e candido profilo del Monte Albo, la ‘dolomite sarda’. Loculi, paesino di poco più di 500 abitanti, si trova a 34 chilometri da Nuoro. Il nome deriverebbe da locus, ‘bosco sacro’ o ‘piccolo luogo’. Mentre l’origine potrebbe essere fenicio-punica: nel 1959 in paese fu ritrovata una brocca contenente oggetti in bronzo e monete. Tradizioni agropastorali, artigiane e religiose contraddistinguono il centro. Delle 17 chiese esistenti tra XV e XX secolo, rimangono la parrocchiale di san Pietro e la Madonna de sa Defessa (della Difesa), in onore dei quali si festeggia, rispettivamente, a fine agosto e a metà gennaio. Molto sentiti i riti della Settimana Santa. Nel centro del paese sorge sa Domo de sas artes e de sos mestieris, dove scoprirai, attraverso le immagini del fotografo Carlo Bavagnoli, arti e mestieri baroniensi. Parte della lunga cresta del Monte Albo rientra nel territorio di Loculi: il bastione calcareo ti mostrerà scorci suggestivi lungo itinerari segnalati. I sentieri, un tempo percorsi da carbonai e pastori, s’inerpicano fin sulle cime - le vette ‘gemelle’ sono Turuddò e Catirina (1127 metri) – attraverso boschi di lecci e querce secolari. È oasi faunistica, popolata da mufloni e sorvolata dall’aquila reale. Nella parte a nord, dove la vegetazione si dirada, ti apparirà come un paesaggio ‘lunare’.
Il territorio di Loculi fu frequentato sin dal Neolitico, come documentano domus de Janas, scavate in frontoni rocciosi verticali, alcune ‘a camera unica’ (domu di Pira ‘e Tusu, di Locurréris e di Ena Longa), altre pluricellulari (domus di Tùrrighe e di Puntèri). A un periodo di passaggio da età prenuragica a nuragica risalirebbe una tomba megalitica di tipo dolmenico a Santa Maria di Loculi. Non mancano le sepolture nuragiche: la tomba di Giganti s’Iscusorju (‘tesoro nascosto’), a circa due chilometri dall’abitato, è ricoperta da lentischi, da cui appare un corridoio delimitato da massi granitici conficcati ‘a coltello’ e coperto con lastroni piattabandati. A 15 chilometri dal paese, c’è la tomba di Ena Tunda, di cui si conserva la parte inferiore di corpo allungato e absidato, corridoio rettangolare a sezione ogivale e fronte semicircolare (esedra). La tomba di su Gollèi Lupu, con stele centinata e pianta a sviluppo retto-curvilineo, parrebbe addossarsi a una precedente struttura dolmenica: attorno sono disseminate lastre di copertura. La disposizione dei nuraghi, collegati fra loro, rivela un disegno strategico difensivo. Del ben conservato Caraòcu (o Corricanu), resta un torrione alto cinque metri, la porta con architrave e parte della cella. Suggestivo anche il nuraghe Preda Longa.
Casteldoria
Un alone di mistero aleggia attorno alle vestigia di una fortezza a pochi passi da Santa Maria Coghinas, nella regione storica dell’Anglona. Arroccato nell’altura granitica detta monti di lu Casteddu (o anche monte Urtigiu), a ridosso della catena collinare del monte Ruju, Casteldoria (o castello dei Doria) domina una fertile vallata arricchita dalle acque ‘curative’ del fiume Coghinas e del lago di Casteldoria, dove i romani installarono un importante sito termale. Il castello fu edificato intorno al XII secolo dalla famiglia genovese dei Doria e visse alterne vicende sotto le dominazioni di Genova, Corona d’Aragona, giudicato d’Arborea e famiglia dei Malaspina.
Della fortificazione rimangono poche rovine: tratti delle mura, resti di una cappella e una grande cisterna che si suppone servisse per raccolta e approvvigionamento d’acqua. Ben conservata, invece, è la famosa torre, pezzo pregiato del castello, realizzata con grandi blocchi granitici rettangolari saldati a malta. Alta venti metri d’altezza, ha forma pentagonale con ingresso lungo il lato nord-orientale. Sullo stesso lato ci sono due grandi aperture non allineate e, nel lato opposto una grande finestra in corrispondenza del primo piano. Al suo interno è composta da tre livelli in legno, sovrastati dalla copertura con camminamento e tegole. L’ultimo piano fu ricavato con un soppalco prima del terrazzo.
A dare valore e ‘vita’ all’architettura sono le leggende che ravvolgono la storia di Casteldoria e in particolare la sua torre. Miti tramandati da generazioni e narrati anche dal premio Nobel Grazia Deledda nei Racconti sardi del 1894. Una fiaba parla di un intricato sistema di cunicoli sotterranei scavati tra fortezza e cappella di san Giovanni di Viddacuia (attuale Viddalba), situata sulla sponda opposta del Coghinas. Il passaggio segreto sarebbe servito ai Doria per recarsi in chiesa durante le festività. I cunicoli nascondono un altro segreto, quello di un esploratore che attraversando i passaggi sotterranei scoprì quattro grandi stanze, in una c’era una pesante porta di ferro: si dice che proteggesse il favoloso tesoro dei Doria. La Deledda descrive, accanto alla fortificazione, la ‘conca della moneta’, dove, secondo i racconti popolari, i Doria battevano denaro. Qui pare vi fosse anche una grande campana d’oro fatta risuonare da una pietra lanciata dall’alto verso il fondo della conca. A ovest della torre, dove i Doria passeggiavano nelle sere d’estate, si racconta che alti e imponenti bastioni, come guardiani, si affacciassero sul fiume.
Cheremule
Sorge accanto al monte Cuccuruddu, cono vulcanico spento di 680 metri, contornato dal verde di boschi, nella regione storica del Logudoro. Cheremule è un piccolo centro di meno di 500 abitanti che ha dato il nome alla cheremulite, pietra lavica usata nella seconda metà del XX secolo per il potere isolante. Il paese è all’interno, infatti, di un territorio costellato dai crateri vulcanici del Meilogu, divenuti monumento naturale protetto nel 1994, e di testimonianze preistoriche della Valle dei Nuraghi, con trenta complessi in poche centinaia di metri. Il paesaggio è insolito e unico: piccole alture a volte aguzze, a volte arrotondate e talvolta tagliate da tavolati pianeggianti.
Oltre ai nuraghi, nel suo territorio si trovano anche necropoli ipogeiche prenuragiche, in particolare la necropoli di Museddu con alcune domus de Janas riportanti graffiti e protomi taurine all’interno e all’esterno. Inoltre, sono disseminate alcune pinnettas, caratteristiche costruzioni pastorali in pietra di forma conica.
L’edificio principale è la chiesa parrocchiale di san Gabriele Arcangelo, patrono celebrato il 29 settembre, costruita nel XVI secolo in forme gotico-aragonesi. Il paese è stato scelto dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga per celebrare le sue esequie (2010). Dalle sue pendici si distendono il bosco di su Tippiri e la pineta del monte Cuccuruddu, attrazioni naturalistiche da non perdere.
Decimoputzu
Sorge nella parte meridionale della piana del Campidano, un territorio molto fertile attraversato da vari fiumi, in particolare dal Rio Mannu. Decimoputzu è un paese di circa 4500 abitanti, il cui toponimo è citato per la prima volta nel Medioevo nelle forme di Decimopozzo o Decimo Pupussi quando il territorio era parte integrante della curatoria di Gippi all’interno del giudicato di Cagliari prima e del Regno di Sardegna in seguito, durante il dominio aragonese-spagnolo. Il centro abitato ha due chiese principali: la parrocchiale di Nostra Signora delle Grazie e la chiesa di san Giorgio. In campagna c’è quella di san Basilio. Le campagne attorno al centro abitato sono caratterizzate da serre e vasti campi di carciofi.
Il territorio fu abitato sin dal Neolitico. I siti nuragici più importanti sono i nuraghi Casteddu de Fanaris e di monte Idda, vicino al quale c’è un ripostiglio, dove furono rinvenuti oggetti in bronzo tra i quali diverse spade. Sempre a età nuragica risale la testa in avorio di una statuetta di soldato miceneo, a conferma di scambi con civiltà dell’Egeo, proveniente dalla località di Mitza Purdia. Ma l’indiscussa testimonianza più rilevante è anche la più antica, di età tardo neolitica (databile al 3000 a.C.): è la domu de Janas di sant’Iroxi, nota anche come Tomba dei guerrieri, dove sono state rinvenute 19 lame di spade e pugnali in rame arsenicale, risalenti alla più antica fase nuragica (Cultura di Bonnanaro, 1600 a.C.). Il sito, scoperto casualmente nel 1987, fu usato per circa 1500 anni come villaggio e poi nuovamente abitato in età romana. Deve il nome all’elevato numero di scheletri (più di 200), depositati in ben 13 stratigrafie cronologiche, e al ricco corredo bellico, rinvenuto nella domu. Il corredo è custodito al museo archeologico nazionale di Cagliari.
Erula
In origine frazione di Perfugas Nasce nel 1988 dallo ‘scorporo’ del territorio di quattro paesi. Erula è un paesino di circa 800 abitanti all’interno dell’Anglona, nato nel XIX secolo da una cinquantina di famiglie di allevatori galluresi, provenienti da Aggius, Bortigiadas e Tempio Pausania, che hanno importato tradizioni e varietà dialettale. Si stabilirono a su Sassu, un tempo foresta popolata anche da cervi, daini e rare specie di volatili. Un’origine da rintracciare forse nell’usuale transumanza invernale dei pastori. Le prime case furono costruite nel rione su Nuraghe. Il centro urbano è sparso, tipico degli stazzi galluresi, ed esteso sulla via principale. Si è formato a partire dalla chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore (1932). Nella sua parrocchia sono comprese antiche chiesette campestri, in particolare santa Vittoria di su Sassu, opera in stile romanico, da attribuire forse ai vittorini di Marsiglia. La chiesa- che ricade nel territorio di Perfugas ma è legata al Sacro Cuore erulese - è del 1120, datazione fornita da pergamene giunteci integre, che rappresentano il documento più antico sulle chiese sarde.
Il territorio di Erula fu frequentato fin dal Neolitico, come testimoniano domus de Janas vicino al paese. L’altipiano boscoso e ricco di sorgenti fu favorevole per l’insediamento nuragico, come dimostrano i resti dei nuraghi Erula, in cima a un’altura, attorno a cui sorse il primo nucleo del villaggio medioevale, Pubattu, sa Toa (o Poligosu) e l’incompleto Nuragheddu, intorno a cui sono sparsi numerosi macigni, utili per lo studio dell’architettura nuragica. Su un rilievo sta il nuraghe Spiene, noto per il ritrovamento (1925) di una navicella votiva con protome cervina, uno dei reperti più pregiati e importanti mai rinvenuti in Sardegna, conservato nel museo archeologico nazionale di Cagliari. Mentre nel nuraghe Sotgiu giacevano cocci di anfore, vasellame e monete romane. Un pugnale votivo a elsa gammata, scoperto in paese, è conservato nel museo archeologico di Perfugas. L’altipiano fu interessato anche da traffici commerciali cartaginesi: a testimoniarlo un piccolo forziere di monete puniche, raffiguranti le dee Tanit e Kore. Quanto all’età romana, furono ritrovate grosse giare contenenti monete variamente datate dalla dinastia Giulio-Claudia agli imperatori Antonini. Di rilievo anche la scoperta del miliare indicante il centottantesimo miglio della strada Tibula-Carales.
Parco di Monserrato
Un tempo principale tenuta nobiliare della città, oggi area verde di sei ettari di valore naturale e storico, che custodisce un elegante giardino monumentale. Percorrendo il parco di Monserrato, adagiato lungo una conca nella periferia sud-occidentale di Sassari e restituito al suo splendore nel 2007 dopo un lungo restauro, farai un tuffo nel passato: i suoi viali rievocano i suoi momenti salienti, dall’origine nel XVII fino a inizio XX secolo. In tre secoli e mezzo, da azienda agricola divenne raffinato parco con infinite varietà di piante e opere architettoniche che ne abbelliscono i sentieri alberati. Attraverserai il viale dei tigli, dei lecci, dei carrubi, dei cipressi e dei pini. Al centro, sei isole di coltivazione ospitano piante d’arancio. Conformazione irregolare e varietà di vegetazione creano chiusure e ‘squarci’ improvvisi con vista sulla città. Si succedono esemplari di palme e di erythrina, olivi e olivastri, agrumi e melograni, bossi, ippocastani, magnolie, salici, siepi di lentisco ed essenze mediterranee. A impreziosire ulteriormente il parco sono gli edifici costruiti da nobili famiglie che si sono seguite nella sua proprietà. Dapprima i Navarro, commercianti di Valencia, poi i Deliperi, tra cui Giacomo, primo sindaco del capoluogo dopo l’unione di Piemonte e Sardegna. Dal 1866 fu la volta del deputato Giovanni Antonio Sanna, uomo di cultura e amico di Mazzini e Garibaldi: a lui si devono ingrandimento della ‘casa padronale’ e aggiunta di opere architettoniche. Dopo di lui fu proprietario il barone Giordano Apostoli, che abbracciò le suggestioni neogotiche del Romanticismo, inserendo nel parco manufatti come ‘torre di Caccia’ e ‘vasca del Belvedere’. Fu il periodo di maggior splendore. Dal 1921, ultimo titolare fu Nicolò marchese di Suni (nella Planargia).
Attraverso una strada all’ombra dell’oliveto giungerai alla ‘Conca verde’, e da qui alla terrazza del ‘tempietto delle acque’, lungo quasi dieci metri e alto sei e mezzo, in stile neoclassico. Appare quasi d’improvviso, severo nella purezza delle linee e accogliente nel gioco dei volumi. La facciata è caratterizzata da un portico di quattro pilastri in calcare, le coperture sono a botte. Il tempio domina una valle con al centro il ‘Ninfeo’, una vasca a forma d’ellisse decorata in stile neoclassico, lunga quasi nove metri e larga quattro. La passeggiata prosegue nel ‘viale dei tigli’ che conduce alla ‘casa’: da qui ti sporgerai sul belvedere che dà sul ‘viale dei cipressi’. Imperdibili sono le opere neoclassiche aggiunte a fine XIX secolo, a iniziare dalla ‘vasca delle rane’, lunga oltre trenta metri e larga dieci. Appoggiata e adeguata flessuosamente al declivio, si sposa con la natura del luogo. Al centro della parete da un passaggio voltato sgorga l’acqua. Da una breve gradinata accederai alla monumentale ‘torre di caccia’, alta 14 metri, con merlatura guelfa. Una stretta scala collega i piani fino alla terrazza da cui godrai di una vista fino al mare. Le linee di facciata sono severe ma il complesso conserva una sua morbidezza. La ‘vasca di caccia’ fa da ala al tempio delle acque e sottolinea il suo andamento in leggera pendenza. Torre e vasca si inseriscono armoniosamente nell’insieme di essenze arboree, prati e sentieri che degradano verso valle. Dal parco partirai alla scoperta di un’antica città regia: Fontana di Rosello, piazza d’Italia e cattedrale di san Nicola di Bari sono emblemi di storia e arte sassaresi.
Decimomannu
A ovest di Cagliari, dopo Assemini, ai bordi della statale 130 che porta a Iglesias, lungo un’ansa del riu Mannu, sorge Decimomannu, grande centro di oltre ottomila abitanti. È stato da sempre avamposto strategico, non a caso in epoca romana la via Caralis-Sulcis (Sant’Antioco) passava per Decimum. Anche il toponimo è di chiare origini romane, significa ‘a dieci miglia da Cagliari’. I primi stanziamenti nel suo territorio sono neolitici. Un villaggio nuragico e una necropoli dove furono rinvenute monete puniche in bronzo testimoniano le epoche successive. Secondo lo storico Casula, vicino a Decimo, si svolse la battaglia del 215 a.C. tra romani e sardo-punici, durante la seconda guerra punica. Si risolse con una schiacciante vittoria romana, la cui dominazione ha lasciato varie eredità, la più rilevante è il ponte sul riu Mannu, in località Bingia Manna, databile tra fine I secolo a.C. e inizio I d.C. Costruito in conci calcarei squadrati, si presume fosse costituito da tredici arcate. Oggi ne vedrai tre, più i resti di altri basamenti. Accanto i ruderi di un muro in pietra, argine per le piene. Secondo il canonico Spano “il ponte di Decimo era assai più bello di quello di Porto Torres”, con quelli di Sant’Antioco e Gavoi, gli unici sardi ancora in piedi. Resti di un altro ponte minore sono in zona su Meriagu. Altre tracce romane sono quelle dell’acquedotto, testimoni del primo approvvigionamento idrico pubblico. Nel Medioevo il paese andò al giudicato di Cagliari: molti giudici vi risiedevano. Di età aragonese è il sarcofago di Violante Carroz, figlia di Giacomo, viceré di Sardegna, custodito nel cimitero del paese.
Il più importante edificio religioso è la parrocchiale di Sant’Antonio abate in stile gotico-catalano, risalente al XVI secolo. Nell’unica navata si innestano tre cappelle per lato, a destra voltate a crociera, a sinistra coperte a botte. Attraverso un maestoso arco accederai al presbiterio dalla volta stellata. Di rilievo sono i capitelli gotici e il fonte battesimale. La facciata è impreziosita da portale gotico, rosone e, dal 1922, da un timpano triangolare. Alla sua sinistra si erge l’alta torre campanaria.
Sant’Arega (santa Greca) è conosciuta e venerata da 1700 anni a Decimo e in tutta la Sardegna. Secondo tradizione, la lapide, ritenuta autentica (IV o V secolo), custodisce la sua reliquia ritrovata nel 1633. Morì martire a vent’anni, forse durante le persecuzioni di Diocleziano e Massimiano (304 d.C.). Si ha notizia di una chiesa a lei dedicata nel 1500, costruita su una più antica (forse del XIII secolo). Nel 1777 fu realizzata all’ingresso sud-ovest di Decimo, una nuova chiesa con altare e pulpito in marmo policromo. Ha subito varie modifiche e un completo restauro. La chiesa rimane isolata tutto l’anno: si anima per una settimana a inizio ottobre in occasione della festa in suo onore che richiama migliaia di persone da tutta l’Isola.